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Obsolescenza programmata

Obsolescenza programmata e ecosostenibilità

Chi non ha pensato almeno una volta nella vita che certi prodotti si rompono un po’ troppo spesso? Forse non è un caso, anzi: fin dagli anni Trenta del Novecento si è pensato di “spingere” i consumi grazie all’obsolescenza programmata, dunque molto prima del "caso Apple".

Nelle ultime settimane ha fatto scalpore l'ammissione da parte di Apple di aver rallentato le performance dei vecchi modelli del suo smartphone, ufficialmente per mantenerli funzionanti via via che la batteria si deteriorava, ma molti sospettano per indurre i consumatori ad acquistare i modelli di nuova generazione.

Obsolescenza programmata, se ne parla dagli anni Trenta

Eppure fin dagli anni Trenta del secolo scorso in America per cercare di risollevare i consumi colpiti dalla Grande Depressione l’economista Bernard London aveva gioà proposto in un suo scritto, “La fine della depressione attraverso l’obsolescenza pianificata”, di stabilire per legge una “obsolescenza” dei prodotti, così che fosse necessario effettuare acquisti di sostituzione che avrebbero stimolato la ripresa.

La proposta di London non si sarebbe dovuto tradurre in una misura “una tantum” ma una politica continuativa che avrebbe garantito, tra l’altro, nuovi introiti fiscali allo stato.

London, bontà sua, proponeva che la durata dei prodotti potesse essere accordata all’andamento del ciclo economico, in modo da svolgere una funzione anticiclica: prodotti di più lenta obsolescenza avrebbero evitato di surriscaldare troppo l’economia in periodi di espansione, mentre un’obsolescenza più rapida avrebbe sostenuto i consumi in fasi di contrazione.

DuPont - Le prime calze in nylon
DuPont - Le prime calze in nylon

La prima fu la DuPont

Non se ne fece mai nulla, ma ormai il vaso di Pandora era stato scoperchiato. Pochi anni dopo (nel 1935) la DuPont inventava la prima fibra sintetica, il nylon, che venne utilizzata per creare calze da donna più resistenti di quelle in seta.

Essendo però praticamente indistruttibili, queste calze rischiavano di non venir cambiate mai così la stessa DuPont “fragilizzò” la nuova fibra, di fatto introducendo una obsolescenza pianificata delle sue calze, come ricorda anche l’economista francese Serge Latouche (sostenitore della teoria della “decrescita felice”) nel suo libro “Usa e getta. Le follie dell’obsolescenza programmata”.

Ma già dieci anni prima, nel 1924, il Phoebus Cartel, lobby dei principali produttori europei e americani di lampadine a incandescenza (sciolta nel 1939), aveva imposto uno standard tecnico per omologare la produzione, con un limite di 1.000 ore di durata di ogni lampadina, definita come una “ragionevole aspettativa di vita, ottimale per la maggior parte delle lampadine”.

Centennial Light, accesa dal 1901
Centennial Light, accesa dal 1901

La Centennial Light

In molti ritengono che questo possa essere considerato il precursore del concetto di obsolescenza programmata. Sospetto più che legittimo visto che in California, nella caserma dei vigili del fuoco di Livermore-Pleasanton, una comune lampadina da 4 watt, la “Centennial Light”, è accesa dal 1901 pressoché ininterrottamente (salvo brevi pause dovute ad alcuni trasporti della lampadina in diverse sedi dei vigili del fuoco).

Considerando che un anno è costituito da 8.760 ore circa, la lampadina in questione è sopravvissuta quasi un milione di ore, ossia mille volte la ragionevole aspettativa di vita sopra ricordata.

C'è anche una obsolescenza percepita

In epoca più recente all’obsolescenza programmata per motivi tecnici si è andata ampiamente sostituendo un’obsolescenza indotta da fenomeni di moda e di continua innovazione dei prodotti: chi di voi usa ancora un computer dei primi anni Novanta o un cellulare di tre anni or sono, che pure probabilmente sarebbero tuttora in grado di funzionare?

In questi casi tuttavia gli economisti parlano di “obsolescenza percepita” o “obsolescenza simbolica”.

Conseguenze sgradevoli

Programmata, percepita o simbolica che sia, l’obsolescenza se eccessivamente rapida può produrre due conseguenze ugualmente sgradevoli: anzitutto tende ad incrementare i rifiuti del mondo occidentale, contribuendo a inquinare il pianeta.

In secondo luogo chi ha comprato un prodotto che si è “guastato” o è finito “fuori moda” dopo poco tempo, difficilmente morirà dalla voglia di tornare ad acquistarne un altro dallo stesso produttore e sarà più facilmente tentato dall’offerta di qualche suo concorrente.

O magari, in tempi di crisi, sarà tentato da tornare a farselo riparare prima di buttarlo via: sembra incredibile ma i nostri nonni e persino i nostri padri la consideravano una pratica normale. Come cambia il mondo, vero?

Tags: Economia, Teorie del complotto, Ambiente