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Italia in vendita, grazie all’euro debole

Prima la forza eccessiva dell'euro ha penalizzato l'export italiano, ora la sua debolezza facilita l'acquisto di aziende e marchi "made in Italy".

Italia in svendita

Gli ultimi arrivati al banchetto di marchi e aziende italiane sono gli svizzeri di Dufry, che dopo essersi "mangiata" lo scorso anno la connazionale Nuance (in realtà controllata dalla famiglia Bastianello, proprietaria tra l'altro dei supermercati Pam-Più a meno) hanno appena rilevato dai Benetton il 50,1% di World Duty Free, azienda che si occupa di vendite al dettaglio "duty free" (e non) nei principali aeroporti di tutto il mondo, nata un paio d'anni fa da una costola di Autogrill. A breve gli svizzeri lanceranno un'offerta pubblica di acquisto (a 10,25 euro per azione) e potrebbero salire al 100%, ritirando il titolo dal mercato, per poi dare vita ad una nuova società fondendo le attività della preda italiana con le proprie.

Prima di World Duty Free erano già cadute in mano estera gruppi come Lamborghini, rilevata da Audi/Volkswagen, la Ducati, comprata sempre da Audi proprio tramite Larmborghini, Alitalia, finita nell'orbita di Ethiad, e Pirelli, che pochi giorni fa ha visto la capogruppo Camfin (in cui da un paio d'anni Marco Tronchetti Provera, ex genero di Leopoldo Pirelli, e gli altri soci italiani, i Sigieri Diaz, la famiglia Rovati, Unicredit e Intesa Sanpaolo, erano già stati affiancati pariteticamente dai russi di Rosneft) accettare l'offerta di ChemChina per la quota di controllo (il 26,2% di Pirelli).

Italia in svendita

In bilico ora ci sono Pininfarina, che piace agli indiani di Mahindra & Mahindra, Aeroporti di Roma (sempre controllata dai Benetton), Saipem (che piace ancora un volta ai russi di Rosneft, se non fosse per le sanzioni Usa-Ue che rendono al momento impraticabile qualsiasi operazione), ma l'elenco pare destinato ad allungarsi complice l'euro debole che favorisce sì gli acquisti, ma di marchi e aziende italiane più che dei loro prodotti, dopo che l'euro forte ha contribuito ad affossare l'export italiano ben più di quello tedesco o francese (entrambi molto più tutelati dai rispettivi governi e spesso di più elevata qualità, quindi meno attaccabili dai concorrenti di paesi emergenti dell'Est Europa o dell'Asia).

Non a caso tra le ultime operazioni di cui si parla c'è anche quella di Yoox che ha confermato di aver avviato trattative con Richemont, colosso svizzero lusso che oltre a marchi come Cartier, Montblanc, Baum & Mercier, Piaget e Vacheron Constantin controlla anche un concorrente diretto di Yoox, la londinese Net A Porter. Una società che, come il gruppo italiano fondato nel 2000 da Federico Marchetti, ha un fatturato in continua crescita, ma che al momento non ha mai registrato un utile (mentre la società italiana ha guadagnato l'anno scorso poco meno di 14 milioni di euro netti) e dunque in caso di fusione dovrebbe, secondo logica, finire "sotto" il gruppo tricolore.

Ma la forza di Richemont è dieci volte superiore a quella di Yoox (nei primi nove mesi dello scorso anno il gruppo svizzero ha fatturato oltre 5,4 miliardi di euro, contro poco più di 524 milioni di vendite nell'intero 2014 per il gruppo italiano) e con l'euro debole (il franco si è rivalutato di un 16% da inizio anno) a finir comprato rischia di essere più facilmente Yoox che non Net A Porter. Insomma: prima ci hanno affossato, ora ci stanno vendendo a pezzi. Forse per questo a Berlino come a Parigi hanno sempre definito "maiali" (PIIGS, Portogallo, Italia, Irlanda, Spagna e Grecia) i paesi del Sud Europa?

Italia in svendita

Tags: News, Economia, Euro