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Il freddo ti fa bella? Questa volta sarà la morte a pensarci

Crioterapia
Chelsea Ake e la macchina fatale

Il freddo come possibilità di sopravvivere alla morte, o semplicemente rallentare gli effetti dell’invecchiamento, è un’ipotesi sempre meno fantascientifica e sempre più quotidiana, ma a volte può avere risvolti mortali. Se nei film di fantascienza da decenni si teorizza l’utilizzo di speciali contenitori criogenici capaci di sospendere le funzioni vitali di un essere umano facendolo “risvegliare” mesi, anni o secoli dopo, non senza rischi (come sanno tutti coloro che hanno assistito a 2001 Odissea nello Spazio), per poter ricorrere all’ibernazione in azoto liquido (crioconservazione) come metodo per sfuggire alla morte la strada è ancora lunga.

Anzitutto né in Italia né in alcun altro stato potete farvi ibernare da vivi: occorre che siate clinicamente morti, dopo di che è necessario che la morte, che deve essere legata a qualche malattia, avvenga in uno dei pochi centri al mondo in grado di ibernare il soggetto (ovvero il cadavere, per ora) entro 120 secondi dopo l’istante fatale. A quel punto, si potrebbe notare, non c’è alcuna certezza non solo che di lì a qualche decennio o secolo qualcuno avrà trovato una cura per la vostra malattia ma che ci sia ancora qualcuno a scongelarvi anziché lasciarvi ibernati fino a che una qualche autorità non stabilisca che è ora di staccare la spina, magari perché nessuno paga più da mesi la bolletta elettrica.

Crioterapia
Chelsea Ake, la titolare del centro deceduta

Se la crioconservazione tenta molti ma ha ancora molti limiti, sempre più diffuso è il ricorso alla crioterapia, intesa come tecnica stimolare una iniziale vasocostrizione a cui segue una successiva vasodilatazione: la vasodilatazione che segue tali fasi è dovuta a un meccanismo protettivo messo in atto dal nostro corpo, per evitare un eccessivo raffreddamento dell’organismo e produce un’azione antiedemigena, ossia un innalzamento della soglia del dolore, ma anche, una volta usciti dalle camere sottozero, una brusca ripresa del flusso sanguigno con conseguente sferzata di ossigeno alle cellule e al loro metabolismo. Il risultato è che si brucia una maggiore quantità di grassi, si produce energia, si rilasciano endorfine e migliora anche il sistema endocrino e nervoso.

A volte però il prezzo da pagare è troppo alto: Chelsea Ake, una ragazza americana di 24 anni titolare di un centro di crioterapia della catena Rejuvenice ad Henderson (Nevada), è stata trovata morta dai propri dipendenti dopo essere rimasta intrappolata in una delle cabine per il trattamento dopo l’orario di chiusura, quando tutto il resto del personale era già uscito. Secondo la prima ricostruzione la ragazza avrebbe utilizzato la cabina, dove la temperatura scende a -151 gradi centigradi (-240 gradi Fahrenheit), senza la necessaria assistenza e sarebbe morta dopo pochi secondi forse soffocata dal gas o a causa di un guasto al sistema di apertura della cabina, rimanendo così congelata fino al ritrovamento, la mattina successiva.

Insomma: la ricerca a tutti i costi di un allungamento della vita rischia di portare alla morte e questo dovrebbe far riflettere su quanto possa o meno valer la pena di proseguire se non nello studio di tecniche legate al freddo almeno nel loro utilizzo in modo forse fin troppo superficiale.

Tags: News, Viaggi nel tempo, Morte, Ibernazione