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Esperienze ai confini della morte: novità sconvolgenti!

Esperienze ai confini della morte

Cosa c’è “dall’altra parte”? Cosa si prova morendo? Inutile fare scongiuri e gesti apotropaici, la morte, la “livella” di Totò, è l’unico destino comune di tutta l’umanità, anzi tutte le forme di vita. Finora tuttavia gli studi sulle “esperienze fuori dal corpo” (“out of body experiences” o Obes) o sulle “esperienze prossime alla morte” (“near death experiences” o Ndes) sono sempre state in numero limitato e spesso condotte in modo approssimativo, limitandosi a raccogliere testimonianze sporadiche di quelli che sembravano essere stati allucinogeni. Dal 2008 tuttavia una ricerca internazionale chiamata AwaRe (Awareness during Resuscitation), coordinata dal team del dottor Sam Parnia, ha esaminato le esperienze vissute da alcune migliaia di pazienti che erano stati colpiti da un arresto cardiaco in 25 diversi ospedali sparsi nel Regno Unito, in Europa, negli Stati Uniti, in Brasile e in India.

Un campione sufficientemente significativo tanto più che i ricercatori hanno utilizzato per la prima volta in un grande studio dei segnali obiettivi (come oggetti che non erano visibili dal paziente, ad esempio immagini poste su supporti appesi al soffitto) allo scopo di stabilire se le affermazioni di consapevolezza compatibili con esperienze fuori dal corpo corrispondessero a eventi reali o allucinazioni. Cosa è emerso? Anzitutto una conferma “metodologica”: la morte non è un momento specifico, ma un processo potenzialmente reversibile che può avvenire a causa di una grave malattia o di un incidente che porti il cuore, i polmoni o il cervello a smettere di funzionare. Se i tentativi di interrompere tale processo hanno successo i casi saranno classificati come semplici “arresti cardiaci”, altrimenti si perverrà allo stato di “decesso”.

Esperienze ai confini della morte

La ricerca ha dimostrato che in alcuni casi di arresto cardiaco i pazienti presentino ricordi di consapevolezza visiva compatibili con le cosiddette esperienze fuori dal corpo possono corrispondere a eventi reali: una percentuale più elevata (il 39%) di pazienti che hanno subito un arresto cardiaco sembrano poter avere ricordi precisi di tale esperienze e quando ciò non si verifica è quasi sempre a causa di danni al cervello o dell’effetto di medicinali e sedativi somministrati al paziente. Tra chi conserva ricordi di “esperienze fuori dal corpo” o “esperienze prossime alla morte” un 46% ha sperimentato una vasta gamma di ricordi mentali in relazione alla morte non compatibili con la definizione comune di “esperienze prossime alla morte”, incluse una minoranza di esperienze traumatiche e persecutorie (visioni di luoghi oscuri e infernali).

Esperienze ai confini della morte

Nel 2013 ulteriori indagini portate avanti dal dottor Jimo Borjigin assieme ad un team di scienziati della Michigan University sembrano aver dimostrato, in base a esperimenti effettuati su ratti, che nei 30 secondi dopo l’arresto cardiaco il cervello è come “eccitato” e presenta un’intensa attività neuronale, quasi un ultimo “hurrà” prima della resa definitiva.

Esperienze ai confini della morte

Il lavoro scientifico non porta a escludere un’interpretazione metafisica (in base alla quale l’aldilà esista e possa presentarsi sotto aspetti gratificanti ovvero traumatici). Del resto se la scienza solo ora sta tentando di fare luce sulle “esperienze prossime alla morte”, le varie fedi, ma anche scrittori come Ernest Hemingway, Lev Tolstoj o Victor Hugo, hanno descritto in modo sorprendentemente simile molte di tali esperienze. Una delle più famose “esperienze vicine alla morte” è accaduta nel secolo scorso (nel 1944) a uno dei padri della moderna psicanalisi, Carl Gustav Jung, che la descrisse nel testo autobiografico “Ricordi, sogni e riflessioni” pubblicato solo nel 1961. Secondo Jung ciò che avviene dopo (o in prossimità) della morte è “qualcosa di uno splendore talmente indicibile, che la nostra immaginazione e la nostra sensibilità non potrebbero” concepirlo neanche in modo approssimato e “la dissoluzione della nostra forma temporanea nell’eternità” non comporterebbe una perdita di significato, quanto piuttosto “ci sentiremo tutti membri di un unico corpo”. Insomma: la disputa tra fisica e metafisica per cercare di descrivere quanto più correttamente le “esperienze prossime alla morte” continua.

Tags: Scienze, Medicina, Anima, Morte